Le interviste del Blog: Roma.

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D: Nome?

R: Andrea

D: Soprannome?

R: Roma.

D: Perché?

R: Non lo so, me lo hai dato tu. Forse perché è lì che sono nato?

D: Peccato che a scrivere non si noteranno accenti. In quale quartiere?

R: Prati

D: C’era il rugby dalle tue parti?

R: Dalle mie parti no, bisognava andare all’Acqua Acetosa, che era dietro casa di mi’ nonna (Villaggio Olimpico).

D: Da quanto tempo giochi?

R: Prima palla ovale toccata metà anni ’70, ma facevo già Judo e atletica leggera. Poi più nulla fino all’inizio del liceo. Ho giocato per tutto il periodo del Liceo (squadra della scuola, Liceo Scientifico A. Righi,  e S.S. Lazio). Poi un brutto incidente in partita a mio fratello, e vicende familiari mi hanno allontanato dal rugby giocato per vari anni. E siamo già in qs. secolo.

D: La tua è una vita in trasferta?

R: Mi sono molto trasferito, di testa e di corpo, negli anni passati, adesso sono fermo con il corpo, ma cerco di far viaggiare la testa. Comunque una valigia sotto il letto è sempre pronta.

D: Roma, Milano, Argentina. Spiega meglio questa rotta.

R: Roma fino al 1992, poi San Francisco, California, dal 1993 alla fine del 1995. Poi in giro a fare l’architetto a Singapore, in Malesia, in Israele, e vari posti in Europa. Un giorno c’e un viaggio da fare in Perù, programmato da vari anni. Dovevo farlo nel 1999, ma morì mio padre e l’ho rimandato nel 2001. A Cuzco, alle 5 di mattina, in Plaza des Armes, ho incrociato una argentina. Continuo ad incrociarla, piacevolmente, da allora. A Milano, nel 2004 decido di fare l’architetto “in proprio”; qui dove avevo più “contatti”; per questo sono qua.

D: Mentre viaggiavi, avevi il rugby con te?

R: Il rugby c’era sempre, ma soltanto quello visto in televisione. Per molti anni non ho mai pensato di tornare a giocarlo, correvo e basta. Non puoi giocare da solo, devi trovare le persone giuste con cui farlo.

D: Tre sole parole per descrivere l’Argentina.

R: Orizzonti più ampi.

D: Cosa ti ha dato il rugby?

R: Il piacere di sentire il dolore.

D: Non è un ossimoro?

R: Fai tu, non ero bravo in italiano

D: Allora descrivimi il dolore.

R: Ho detto sentire il dolore, non raccontare il dolore; le descrizioni le fanno gli intellettuali ed i critici. Mi piace sentire il corpo che lavora.

D: Quindi non ti ritieni un intellettuale?

R: No. Se l’intellettuale è colui che molto ha lett, .forse sì. Se è quello che utilizza l’intelletto allora un pò meno.

D: Mi stai coglionando. Arte e cinema, raccontami queste tue passioni (se lo sono).

R: Arte sì, cinema di riflesso. Non ti sto coglionando, non sono bravo a raccontare quello che mi piace. Per alcuni anni ho provato a fare arte, ma non mi sono mai preoccupato di spiegare quello che facevo. Ho sempre disegnato, ma a casa mia c’erano altre priorità, non c’era spazio per i pittori. Quindi liceo scientifico poi la trasgressione è stata Architettura. Poi nel 1996 ci sono state le condizioni per provare a fare l’artista, e l’ho fatto fino al 2001. Poi ho deciso che c’erano altre priorità. Ti dico l’arte che mi piace; Bosch, Cranach, El Greco, Caravaggio, Schiele, Gorsky, Pollock, Kiefer, Basquiat, Beiyus.

D: Una parola per questi nomi. Kubrick?

R: Esatto

D: Fontana.

R: Sopravvalutato

D: Dimmi il nome di un giocatore.

R: Rives.

D: Un libro.

R: L’ordine naturale delle cose, di Lobo Antunes.

D: Un autore.

R: Quello del Libro, ma anche Kerouac. I sotterranei.

D: Un musicista.

R: Tom Waits. Un gruppo, i Clash.

D: Un uomo.

R: Mio padre.

D: Una donna.

R: Mia madre.

D: Tu giochi flanker. Descrivi il tuo ruolo.

R: Facciamo i colti: nella fase offensiva, creare il buco, nella fase difensiva, tapparlo.

D: Hai dato qualcosa al ruolo, o è il ruolo che ha dato a te?

R: Era il ruolo in cui volevo giocare da piccolo, ma mi mettevano sempre secondo centro oppure ala: io al ruolo? Un pò di anarchia. Il ruolo a me? La possibilità di planare su qualche Mediano di Mischia.

D: Figli?

R: Figli due, maschi.

D: Giocano?

R: Tomàs sì, Matìas è in pausa di riflessione, e ha un problema al ginocchio. Dice che riprenderà l’anno prossimo.

D: La tua altezza e peso?

R: Rasento il metro e 80. Intorno ai 90 KG.

D: Anche tu flanker fatto e finito. Cosa ne pensi del kilorugby?

R: Noioso, dopo un pò che lo guardi. Non ci crederai,ma io sono cresciuto guardando la francia di Serge Blanco. Imagine. ImmaginA, scrivo peggio di Frunz.

D: Dimmi cosa preferisci: sole o pioggia?

R: Neve, neve con il sole.

D: Stagione?

 

R: Inverno con sole.

D: Piangi?

R: Abbastanza, ma mai in pubblico.

D: Ridi?

R: Spesso, più spesso faccio ridere.

D: Tutte le gradazioni della risata?

R: Tranne quella di circostanza, la odio.

D: Ti arrabbi facilmente?

R: Mucho.

D: Capita spesso quindi?

R: Demasiado.

D: E quando ti capita, che succede?

R: A volte perdo il controllo, dovrei essere più calmo. Urlo.Poi mi passa, però. In campo, mai. No. Lì non riesco ad arrabbiarmi.

D: Dimmi un atteggiamento che in campo apprezzi maggiormente, e uno che invece disprezzi.

R: Il sacrificio. E la ricerca della lite.

D: Credi nell’amore?

R: Sì.

D: In tutte le sue declinazioni?

R: Quante sono?

D: Associa una parola a quella che ti dico. Religione:

R: Orpello

D: Umiliazione:

R: Rinascita

D: Paura:

R: Assenza

D: Sei rinato dopo una umiliazione?

R: E’ capitato.

D: Oggi c’è qualcuno che ti manca?

R: Sì.

D: Non ti chiedo chi è. Non credi quindi in una divinità trascendente?

R: Credo in un ordine.

D: Spiega meglio.

R: Esiste un ordine, e molte variabili che fanno di tutto per sovvertirlo. Però mi piace pensare ad un’armonia universale che potrebbe esistere. Una sorta di mondo perfetto oltre il ponte dell’arcobaleno, un fenomeno che si autogenera.

D: La vita oltre la morte? C’è?

R: C’è la morte durante la vita, perchè non dovrebbe essere possibile il contrario? Magari la porta si apre nei due sensi. Mi è sempre piaciuta l’idea di una dimensione parallella, e delle pieghe spazio tempo che collegano le dimensioni.

D: Dimmi una cosa di cui ti sei pentito nella vita, la prima che ti viene in mente.

R: Di non aver parlato abbastanza con mio padre. Quando me ne sono reso conto era già andato.

D: Israele in tre parole.

R: Ruah, Gerico, Gerusalemme.

D: L’Italia?

R: Un paese decadente.

D: Sei un timido?

R: Più di quanto possa sembrare.

D: Tra dieci anni esatti cosa starai facendo?

R: Spero l’artista, nuovamente.

D: Si può vivere d’arte?

R: Mi sarebbe piaciuto provarci, ma non ne ho avuto il coraggio.

D: Perché?

R: Forse perchè non mi reputavo abbastanza bravo.

D: In cosa sei bravo?

R: A dare forma ai vuoti, a disegnare, e a infilarmi nel ruffo.

D: Chi sei?

R: Uno in viaggio, uno deitanti.

R: Dei tanti

R: Frunz mica ha correttoperò, io sì

D: Grazie.

R: Prego, abbiamo finito?

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